Se non ci fosse Internet (e il P2P)
La musica distribuita via Internet è una gran cosa, e ovviamente non parlo solo della distribuzione ‘legale’. Ieri, per esempio, mi è venuta voglia di riascoltare il nuovo brano cantato dagli U2 insieme ai Green Day, The Saints Are Coming, che come (quasi) tutti sanno è un remake dell’omonima canzone del gruppo punk scozzese degli Skidz, riproposta per raccogliere fondi e aiutare Music Rising, la fondazione messa su dal costruttore di chitarre Gibson e da The Edge e Bob Ezrin per contribuire alla ricostruzione del cuore ‘musicale’ di New Orleans dopo l’uragano Katrina. Questo brano è stato suonato dai due gruppi il 25 settembre scorso proprio sul palco del Superdome, il grande stadio della famosa città americana, per festeggiare la sua ricopertura e la ripresa delle attività musicali e sportive di New Orleans. Se avete già ascoltato The Saints Are Coming, saprete che inizia con le parole della famosa canzone House of The Rising Sun, di cui sono sicuramente esecutori più noti gli Animals. Dal momento che ho trascorso la mia infanzia negli anni Sessanta e l’adolescenza negli anni Settanta, come potrete immaginare sono stato colto da un’irrefrenabile voglia di riascoltare anche quella leggendaria canzone e, ricordandomi che era stata riproposta anche da artisti come Eric Capton (insieme ai Cream), Bob Dylan e Jimi Hendrix, ma anche da voci ‘nere’ come Nina Simone e Tracy Chapman o da gruppi come i Moody Blues, The Doors, i Led Zeppelin, i Pink Floyd, gli Eagles e i Rolling Stones, mi sono lanciato alla ricerca dei rispettivi remake e ho potuto ascoltarla nei diversi stili e ritmi che questi grandi artisti hanno saputo infondere nella sua già indimenticabile preziosità musicale.
A questo punto la domanda sorge spontanea (e la rivolgerei a chi si dà tanto da fare per contrastare il fenomeno del file sharing): credete che sarebbe stato possibile riprodurre una simile esperienza usando la radio o attingendo a una semplice collezione di album e singoli in vinile e vecchie musicassette? Pensate che i media tradizionali possano dare la stessa quantità e qualità di informazione di questo semplice post con i suoi link ipertestuali?
Inoltre, pensate che in questo modo io abbia danneggiato i rispettivi artisti o le case discografiche, togliendo loro il pane di bocca? Forse che nella mia vita non ho acquistato album interi di ognuno di essi, alimentandone già il conto in banca? Ma fatemi il piacere…
Gennaio 7th, 2007 at 11:40 am
Parole sagge, amico mio! Parole sagge e un bel post che in poche parole fornisce spunti per molte di quelle persone che cominciano oggi ad avvicinarsi alla cultura musicale.
F.
Gennaio 7th, 2007 at 12:00 pm
Grazie Fede! E speriamo che questo sporadico post diventi un trampolino anche per i nostri progetti ‘musicali’ per il Web!
Gennaio 8th, 2007 at 12:44 am
Una volta la musica era considerata un’arte. Oggi si può continuare ad affermare la stessa cosa? Purtroppo no. La musica è solo ed esclusivamente un business. Una macchina per spremere soldi perché oltre agli artisti e tutti i tecnici che sono dietro una produzione discografica, ci sono troppe persone che gravitano intorno alla musica che devono mangiare da questo ricco piatto. Si parla sempre di abbassamento del prezzo dei CD, ma finora non si è visto praticamente niente di concreto se non le ridicole richieste di abbassare l’iva. Certo, lo stato deve abbassare le tasse mentre i discografici non devono fare niente. Gran bel ragionamento. Qui non si tratta di difendere la pirateria perché è giusto che il lavoro di altri venga premiato e retribuito giustamente. Il superfluo invece non è accettabile e torniamo al discorso del post precedente, che ci sono categorie di lavoratori, se così possiamo chiamarli, che guadagnano troppo per quello che fanno. E tra questi ci sono tanti, troppi “musicisti” e discografici. Ho letto dei testi e delle musiche di alcuni autori famosi. Sono rimasto sconcertato dallo schifo dei contenuti di certi brani soprattutto pensando a quanto guadagnano questi “artisti” e quanto vendono la loro merce (chiamarla arte è un’offesa). I tempi sono cambiati e la situazione è peggiorata. Lancio una piccola riflessione. Ricordate che una volta gli artisti tenevano concerti e tour per lanciare il loro ultimo disco? Oggi invece cosa accade? Si fanno dischi per lanciare il nuovo tour, nuovo business musicale, in cui un biglietto viene venduto a prezzi da capogiro (50/70 euro per un biglietto sono una vergogna). Allora lunga vita al peer to peer, giusta punizione per chi ha fatto dell’arte un business.
Gennaio 8th, 2007 at 12:01 pm
Non sarei così drastico, Manfry, ancora oggi c’è qualche ‘artista’ musicale degno di tale nome, così come c’è chi tenta di usare la musica per trasmettere un messaggio. Secondo me la musica ha cominciato a sfiorire con l’avvento dei video, un’altra piaga oggi utilizzata fin troppo spesso per arricchire un testo o una melodia quasi assenti. Anche i video dovevano essere una forma d’arte, oggi sono quasi sempre uno sfoggio di chiappe e tette dimenanti e struscianti, sguardi ammiccanti e labbra socchiuse, epidermide luccicante di vapore acqueo e acrobazie inverosimili. La stimolazione dei sensi e degli istinti primordiali per vendere immondizia è una tendenza in crescita esponenziale, purtroppo, e mi spiace parlarne con un tono quasi da bacchettone. I veri artisti, in ogni caso, ci sono ancora, sebbene molti siano musicisti di vecchia data, ovviamente, ma il mercato è il mercato, e come sappiamo la merce sui banchi spazia dalla schifezza più immonda al capolavoro asosluto. L’importante è saper scegliere e non finanziare lo smaltimento dei rifiuti musicali.