La banda larga sta stretta a qualcuno?
Leggo su AGI News che si è registrato un vero e proprio picco nelle vendite legali di musica su Internet: la crescita di questo mercato ha superato quella dello scambio illegale (alias P2P o file sharing che dir si voglia). Leggo, anche, come la lentezza nella diffusione della banda larga costituisca un vergognoso e inspiegabile freno per un mercato che, al pari di altri, sfama molta gente. Nello stesso articolo, però, leggo nuovamente di affermazioni secondo cui l’imposizione di ‘filtri’ ai fornitori d’accesso a Internet può rappresentare una misura di contrasto alla diffusione illegale di musica e altri contenuti multimediali. Insomma, siamo punto e accapo, e ancora oggi non si riesce a capire come lo scambio di musica, film e qualsiasi altra opera d’ingegno non passa necessariamente via Internet e non è la vera limitazione all’acquisto regolare e ‘legale’ di tali prodotti. Il vero ostacolo è il costo, la vera cura è il ridimensionamento dei prezzi. Altrimenti non si spiegherebbe come la vendita di musica on-line sia in crescita esponenziale mentre quella sui supporti tradizionali soffre ancora della solita crisi. Del resto, per far crescere il mercato con Internet ci vuole poco, e c’è da guadagnare per tutti, come rivela Maurizio Ricci nel suo interessante e ampio articolo su Repubblica.it.
Ci vuole tanto a capire?
La diffusione della banda larga può aiutare questo mercato, come può aiutare altri settori, per esempio l’insegnamento a distanza, il telelavoro, l’informazione e i servizi ai cittadini. Allora perché la banda larga non si diffonde? La domanda mi tortura da mesi, anni, ormai… qualcuno si chiede se la prima responsabile di questo ‘digital divide’ non sia l’egemonica azienda italiana per le telecomunicazioni, e se i motivi non stiano dietro a una serie di profitti che andrebbero a sparire proprio con la distribuzione capillare dell’ADSL, come i maledetti ‘dialer’ (forse che i numeri speciali cui fanno capo non producono reddito per l’azienda in primis?) che dissanguano gli utenti ignari della minaccia oppure le lunghe sessioni ‘a consumo’ del dial-up che finiscono per costare agli utenti più di una flat ADSL, visto che per il download delle pagine e di tutto il resto richiede un tempo decine di volte maggiore.
Qualcun altro ipotizza che l’arrivo della banda larga produrrebbe un uso di massa di software per la telefonia via Rete come Skype, con le sue tariffe troppo convenienti addirittura sulle chiamate ai cellulari, e ciò costituirebbe una seria minaccia per tutti gli operatori e per chi fornisce loro in sub-affitto linea e connessione.
Del resto, prendo a esempio la mia situazione: uso l’ISDN quasi da quando esiste, pagando 5 euro in più di canone ogni mese e, per potermi collegare 24 ore su 24 (con Internet ci campo), devo sborsare almeno 24 euro mensili, quindi alla fine finisco per pagare 29 euro una connessione che arriva massimo a 128 kbit (occupando entrambi i canali e di conseguenza bloccando la linea voce) contro i 640 kbit di una ADSL base che al massimo costerebbe 19,90 euro lasciandomi però la linea telefonica libera. Chi ci guadagna? Chi ci perde? Non è difficile fare due conti…
So che per l’azienda telefonica nazionale adeguare una centrale significa investire, e che tale investimento richiederebbe la certezza di un certo numero di abbonati alla banda larga, insomma è il solito serpente che si morde la coda. Ma… allora perché Tiscali è riuscita a portare l’ADSL nella centrale del mio sperduto villaggio quando Telecom continua a dire che non è disponibile e che non posso richiedere tale servizio? Forse che la proverbiale testardaggine sarda ha trionfato su limitazioni tecniche ed economiche? Che Dio li benedica, in tal caso, e stramaledica chi si ostina a bloccare il progresso e la diffusione capillare della banda larga dando la precedenza a interessi di pochi contro necessità di molti.