Chi ha bisogno della guerra?
Già, chi ha bisogno della guerra quando la fame, l’inquinamento (oggi è l’Earth Day, lo sapete?), le calamità naturali, gli incidenti sul lavoro e sulle vie di comunicazione, le malattie e lo stress uccidono ogni giorno persone di ogni età su tutto il pianeta? Non so se è capitato anche a voi (mi riferisco a chi ha superato i 30 anni di età) di notare sempre più spesso come le persone che conoscete ’scompaiono’ con un ritmo incalzante: negli ultimi anni ho perso amici, parenti e conoscenti, spesso per morti improvvise e inaspettate.
La morte sembra ormai una presenza costante, nella mia vita, ma del resto il buon Wayne W. Dyer me lo aveva insegnato già quando ero ragazzo. Il problema, però, è sempre lo stesso: la gente dimentica la presenza della morte, vive come se la sua vita dovesse durare in eterno, persa nell’attaccamento a cose, persone, situazioni che potrebbero essere spazzate via in un secondo (il che lascia intendere la vera consistenza di tutto ciò, o sbaglio?). A volte la morte sembra tanto vicina, invece, da proiettare una luce (o una tenebra?) tanto marcata su quanto ti circonda e rivelare l’inconsistenza del tuo piccolo universo personale. Stanotte, per esempio, mi sono ‘attardato’ davanti al computer nonostante fossi tornato da un viaggio in auto nell’ultima parte del quale già mi si chiudevano pericolosamente gli occhi dal sonno. Sono arrivato al punto da percepire, mentre ero seduto davanti allo schermo, la tenebra che stava per offuscare il cervello: la spinta ad addormentarmi era tale che per qualche istante l’ho paragonata proprio alla morte (l’ho chiamato testualmente ‘un sonno di morte’), e una volta decisomi a salire a casa e infilarmi finalmente nel letto, sono affiorati, negli ultimi sprazzi di lucidità, alcuni versi di una poesia sconosciuta, un incipit che ho tentato con tutte le mie forze di ‘memorizzare’ prima di crollare nell’oblio del sonno. La cosa strana era che si trattava di versi in napoletano, e io non ho mai scritto poesie in napoletano né le ho ma memorizzate. Conosco I’ vulesse truva’ pace di De Filippo, e in qualche modo quei versi avevano una certa assonanza con quella splendida poesia, ma personalmente non parlo napoletano e al di là di qualche canzone di Roberto Murolo o Pino Daniele (quello dei ‘primi tempi‘, ovviamente) e qualche poesia di Totò e De Filippo, le mie conoscenze del dialetto partenopeo non si sono spinte. In ogni caso credo di essere particolarmente portato per le lingue e per i dialetti, e mi piace imitare soprattutto quelli del Sud (pugliese, siciliano, calabrese e napoletano) come si fa di solito imitando qualche comico o cabarettista o quando ci si trova con amici che provengono, appunto, dalle aree geografiche dove tali idiomi sono utilizzati quotidianamente. Non è stato difficile, quindi, riprendere la composizione di quella poesia quando mi sono alzato: mi è bastato ricordare l’incipit, poi è venuta fuori da sola, o quasi, e nemmeno tanto malvagia. Se volete leggerla l’ho pubblicata su una pagina del blog insieme alla relativa ‘traduzione’, e spero di non aver cannato qualche termine dialettale napoletano (i napoletani in ascolto me lo facciano sapere, eventualmente), al limite mi auguro che venga interpretato come licenza poetica.